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Deontologia nei social: obbligo o scelta?

by Filippo Brunelli

Troppo spesso ci dimentichiamo che Facebook come la maggior parte dei social network non è un nostro spazio privato ma un luogo pubblico dove chiunque può leggere quello che scriviamo, indipendentemente dal grado di privacy che usiamo. Basta solo che uno dei nostri contatti condivida un nostro post per renderlo pubblico, aumentarne la visibilità e renderlo disponibile per sempre.
Ma in fondo è questo il motivo per il quale scriviamo i post, la ricerca di visibilità, la caccia ai Like, e rimaniamo profondamente turbati se un nostro post non viene accolto con entusiasmo dato che la maggior parte dei nostri contatti sono affini a noi per idee.
Proprio il fatto che i social network siano uno spazio pubblico ci dovrebbe portare a considerare quello che postiamo prima di pubblicarlo; così come un giornalista o un proprietario di un blog o di un sito è responsabile di ciò che pubblica anche l’accesso ai social network dovrebbe essere subordinato all’uso di una qualche forma deontologica.
Questo non succede!

Jeremy Bentham può essere considerato il padre della deontologia moderna con la sua opera postuma “Deontology or the Science of Morality” del 1834 dove elabora un'etica, chiamata appunto deontologia.
Lo scopo ultimo di questa scienza è quello di motivare comportamenti che producano la massima felicità nella collettività che, a differenza della legislazione che agisce sugli interessi privati con la minaccia della punizione giuridica, suscita motivazioni basate sull'interesse privato. Le idee di Bentham vengono applicate negli ordini professionali moderni agli avvocati, dagli ingegneri ai giornalisti; e proprio come per questi ultimi anche per quello che riguarda i social network bisognerebbe adottare una qualche forma deontologica per chi vi accede per pubblicare post quando non sono strettamente personali.
Ma le difficoltà che si presentano sono molte e di vario tipo.
Partiamo nel considerare che la rete offre una grande libertà di espressione che si esprime sia nella fruizione dei contenuti e sia nell’espressione che spesso degenera in eccessi; fino a quando c’era quello che comunemente veniva chiamato Web 1.0 ovvero vi erano siti web che pubblicavano contenuti e utenti che vi accedevano e l’interazione era limitata ai forum ed ai newsgroup era abbastanza facile gestire questi eccessi: il proprietario di un sito web era (ed è tutt’ora) il responsabile di quanto vi appare e quindi ha tutto l’interesse a che quello che viene pubblicato rispetti determinate leggi scritte o morali; discorso analogo per i forum dove vi era un moderatore.
Con l’avvento del Web 2.0 le cose si complicano: tramite i social network chiunque può creare un profilo
( anche falso) e diventare editore e pubblicista, solo che in questo modo si crea un limbo dove è difficile attribuire delle responsabilità; il fatto poi che il profilo venga definito “personale” crea nell’utente la falsa considerazione che tutto sia permetto e lecito sul “nostro profilo personale”.

In realtà le cose non stanno esattamente così. Come abbiamo già detto tutto quello che pubblichiamo diventa subito disponibile e usufruibile da tutti e quindi dovremmo sempre pensare prima di pubblicare qualcosa.
Un esempio è accaduto l’ 8 dicembre del 2014, quando il cantante Mango si accasciò sul palco durante un concerto e vi morì sotto gli occhi dei suoi fan che con smartphone e tablet stavano riprendendo il concerto; nulla di sbagliato se non fosse che nel giro di pochi minuti tutti questi video furono pubblicati sui social e la notizia si propagò, prima di diventare ufficiale e che ne venissero informati i famigliari. Nel caso di un giornalista che fosse venuto a conoscenza della notizia avrebbe dovuto attendere che la famiglia ne fosse informata prima di divulgare la notizia, ma anche i giornalisti, in questo caso, per non “bucare” la notizia si sono visti costretti a pubblicarla.

Un altro problema che si presenta con i social network è la loro atemporalità. Il termine virtuale (che oggi è tanto usato) ha origine nel latino medioevale, deriva da “virtù”, e indica ( secondo Tommaso d'Aquino) la potenza attiva in grado di passare all’atto e diventare attuale. Questa è la rete e questi sono i social network dove tutto è attuale sempre e per sempre, dove il virtuale è diventato reale: una notizia o un post di anni fa può essere ripubblicato o ripresentato e ritorna ad essere attuale, decontestualizzato da quelli che sono il tempo e gli avvenimenti che lo hanno generato. I nostri post, una volta pubblicati, rimangono per sempre rendendo difficile l’esercitare il diritto all’oblio (da non confondere con il diritto all’oblio del GDPR).

Gli utenti del web sono sempre più fornitori di informazione e hanno creato una forma depravata di city journalism dove tutti sono fornitori di informazioni ed editori di se stesse senza esserne responsabili.
La mancanza di regole però deve essere riempita. Il solo articolo 21 della costituzione (libertà di espressione utilizzando ogni mezzo) non può essere preso a pretesto per creare l’anarchia informativa.
Quando i legislatori hanno scritto l’articolo 21 i mezzi di comunicazione erano limitati ai giornali, radio e Tv che stava nascendo ma che comunque erano sempre vincolati a degli editori che ne dettavano le linee guida deontologiche. Anche con la nascita delle radio libere degli anni ’70 del ventesimo secolo e delle televisioni commerciali degli anni ’80 c’era sempre un certo controllo deontologico sull’informazione.
Con la diffusione del web negli anni ’90 ed in particolare la nascita del web 2.0 si è diffusa l’idea di diritto alla libertà di espressione per tutti senza doverne avere i doveri.
Mentre per un sito o un blog il proprietario può essere considerato l’editore oltre che il pubblicista e ne risponde nei social network non è così: il social (ad esempio Facebook) diventa coproprietario dei nostri post e li può vendere o condividere a suo piacimento, ma non ne è direttamente responsabile e viene a mancare quello che può essere considerata la figura dell’editore.

La soluzione sarebbe facile, basterebbe che un social network al momento dell’iscrizione facesse accettare delle clausole “morali e deontologiche” che impongano, a chi è fruitore del servizio, di rispettare il diritto alla dignità personale delle persone, alla giusta informazione non decontestualizzata, al rispetto della privacy e all’oblio di altri che vengono nominati, regole simili a quelle deontologiche dell’ordine dei giornalisti per notizie di carattere pubblico, dato che spesso sono assimilabili ad essi.
Bisogna poi che chi si iscrive abbia la coscienza e la conoscenza che entra in un mondo dove tutto è pubblico, ma difficilmente un dodicenne (visto che è l’età minima per iscriversi a Facebook) ha la consapevolezza di ciò; bisogna sapere che il diritto alla deindicizzazione che applicano i principali motori di ricerca non porta automaticamente al far sparire da internet quello che abbiamo scritto, detto o pubblicato.

Quello che serve è uno sforzo comune tra autorità centrali (esempio parlamento europeo) e le grandi aziende del web 2.0 per creare prima delle regole che prima diventano un obbligo in quanto imposte ma poi si trasformano in regole implicite da tenere, sull’uso dei social e di ciò che vi si pubblica.
In realtà l’Italia ha già iniziato un processo per la regolamentazione deontologica di internet: nel 2015 viene redatta dal consiglio dei ministri la “Dichiarazione dei diritti in Internet” dove nell’articolo 9 comma 1 dichiara :” Ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale e aggiornata delle proprie identità in Rete”. Quando parliamo di identità intendiamo non solo l’aspetto fisico, il nome ed il cognome ma anche le opinioni, i valori e quant’altro identifichi una persona nella sua completezza in quel determinato periodo e luogo; estrapolare, tagliare o riproporre post, frasi o immagini senza tener conto di questo è una violazione di quanto sopra.
Ancora più interessante è l’articolo 11 nella sua interezza: “1. Ogni persona ha diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei riferimenti ad informazioni che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza pubblica. 2. Il diritto all’oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una società democratica. Tale diritto può essere esercitato dalle persone note o alle quali sono affidate funzioni pubbliche solo se i dati che le riguardano non hanno alcun rilievo in relazione all’attività svolta o alle funzioni pubbliche esercitate. 3. Se la richiesta di cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati è stata accolta, chiunque può impugnare la decisione davanti all’autorità giudiziaria per garantire l’interesse pubblico all’informazione.” Quando noi riproponiamo un post di 10 anni fa, senza nessun collegamento a vicende attuali, solo per screditare questa o quella persona violiamo questo articolo.
Nell’articolo 12 poi si parla di obblighi da parte delle piattaforme digitali nei confronti degli utenti, mentre nell’articolo 14 al comma 1 si legge:” Ogni persona ha diritto di vedere riconosciuti i propri diritti in Rete sia a livello nazionale che internazionale.”; la dichiarazione finisce con il comma 7 che mette in evidenza la necessità di creare strutture nazionali e sovranazionali: ”La costituzione di autorità nazionali e sovranazionali è indispensabile per garantire effettivamente il rispetto dei criteri indicati, anche attraverso una valutazione di conformità delle nuove norme ai principi di questa Dichiarazione.”
Per chi volesse approfondire il testo integrale è disponibile sul sito della camera dei deputati.

Come si vede in Italia il problema di una forma di regolamentazione è molto più sentito che in altri paesi ( come ad esempio gli Stati Uniti) dove prevale il principio di libertà di espressione sopra ogni altro.
Per adesso, comunque, per quanto ci riguarda anche quando pubblichiamo qualcosa su un social network dobbiamo ricordarci sempre che siamo vincolati alle leggi del nostro paese in materia, quindi esiste il codice civile e penale, bisogna rispettare le regole sui diritti d’autore, sull’implicito consenso se pubblico foto che raffigurano in primo piano una persona, se posto dei fotogrammi tratti da un film non devono essere della scena madre, se posto un concerto o una rappresentazione teatrale non superare i 3 minuti, quando cito qualcuno o parte di un libro mettere sempre la fonte e i riferimenti senza decontestualizzare la frase e tutte le altre regole che esistono per l’editoria classica anche se sono un semplice utente di facebook.

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