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GEOSTORIA E STORIA GEOPOLITICA

by Virgilio Ilari

per il volume a cura di Edoardo Boria per la collana della rivista Gnosis

 

Il concetto di «geostoria», coniato nel 1942 da Fernand Braudel (1902-1985), non ha avuto origine solo dalla sua passione per le scienze sociali e la geografia e dalla profonda padronanza delle «scuole» geografiche francese e tedesca 1 , ma anche da un più diretto confronto con la «Geopolitik» tedesca, avvenuto durante la prima fase della sua prigionia di guerra a Magonza, dove poté svolgere conferenze ai commilitoni e leggere libri prestati dalla biblioteca locale; esperienza poi rielaborata in un libro iniziato due anni  dopo al campo di Lubecca, ma di cui è rimasto un solo quaderno contenente la prefazione e i primi tre dei sei capitoli previsti. Opera poi trascurata dall’autore, e pubblicata postuma dalla vedova solo nel 1997 2
Sotto l’effimero «strato evenemenziale» – improvvisa Braudel nel secondo capitolo della sua incompiuta rielaborazione delle conferenze di Magonza – la storia «profonda» si può cogliere solo «illuminando il sociale, il passato, la vita con proiettori di colori diversi», ciascuno dei quali fa emergere fattori tra loro largamente indipendenti («geografia, civiltà, razza, struttura sociale, economia e politica»). La metafora dei proiettori va corretta, perché è lo spettroscopio che isola e ordina i colori scomponendo la luce; ma è comunque intrigante questa idea di scomporre la storia in fattori e disporli sullo spettro storiografico in base alla diversa «velocità» con cui si lasciano modificare dallo scorrere del tempo. Tutti, certo, parimente importanti: ma «riconoscere una priorità assoluta» ai tre più veloci (società economia, politica) significa «arrendersi a poteri ostili, come sappiamo bene» [qui il conferenziere sta confortando gli uditori avviliti o rassegnati dalle notizie delle «evenemenziali» vittorie tedesche]3.
All’estremo opposto, il condizionamento esercitato dai «fattori fisici e biologici» sulla «vita sociale» è invece «ricco di invarianze, di immobilità, diciamo pure di ripetizioni: è una storia che sta ferma o che si muove ben poco». Braudel propone di chiamarlo «geostoria», neologismo «poco armonioso», ma preferibile a «geografia storica» (screditato dall’uso riduttivo fattone dai manuali scolastici) e a «geopolitica». Quest’ultimo viene scartato sol perché pone l’enfasi sullo stato anziché sulla società: ma lo storico della «lunga durata» sottolinea l’equivalenza della «sua» geostoria con l’apprezzata idea haushoferiana che «lo spazio è più importante del tempo»4
Ancor più ampio, nel terzo e ultimo capitolo, il riferimento ad Haushofer e ai geografi tedeschi, apprezzati più dei francesi per aver integrato la descrizione dell’ambiente fisico e umano (Raum) con quella dell’economia (Wirtschaft) e della società (Gesellschaft). L’«originalità» dei «geopolitici di Monaco» consiste nel «reinterpretare il materialismo economico per mezzo di un determinismo geografico», ma è riduttiva la loro tendenza a «ricondurre tutto alla politica». La geostoria consiste in definitiva nell’«estendere l’impresa dei geopolitici tedeschi allo studio complessivo del passato, anziché limitarlo, seguendo il loro indirizzo, soltanto al passato degli Stati»5.
Sia pure diversa6, la geostoria sarebbe dunque al tempo stesso una derivazione e un ampliamento o superamento della geopolitica tedesca. Ma, affascinato dal comune determinismo spaziale, Braudel non bada che i due concetti muovono da prospettive e da interessi del tutto opposti. La Geopolitik si accredita come guida «scientifica» all’azione politica: nel passato seleziona solo le apparenti conferme alle determinanti, prescrittive o piuttosto propagandistiche. Braudel vuol invece «trasferire nel passato il lavoro» che la geografia compie «sull’attuale»; perora «una storia che si vuole ‘resurrezione integrale’ del passato»7. Certo, poi riconosce che la geostoria «non è e non può essere tutta la storia»; che essa è sia «storia che l’ambiente impone agli uomini condizionandoli con le sue costanti», sia «storia dell’uomo alle prese col suo spazio»8; che «il vero fine della storia non è tanto il passato – un mezzo più che uno scopo – quanto la conoscenza degli uomini» perseguita dalle scienze sociali9; accenna perfino alla tesi del «saggista» Benedetto Croce che il passato condiziona il presente10. Ma quel che lo affascina è in definitiva proprio strappare dalla freccia del tempo un’istantanea del mondo che fu. 
Braudel è stato certamente il grande pioniere della storia totale dei Mediterranei e degli Oceani, ma la sua idea di storia come ricostruzione di antichi panorami o ‘viaggio nel passato’ ha avuto scarsa fortuna sia tra gli storici sociali11 che fra i geografi e «geostoria» è rimasto in definitiva una mera crasi di «geografia storica»12. In realtà l’uso storico della geografia o delle geopolitica presenta lo stesso limite epistemologico dell’uso geografico o geopolitico della storia, e cioè una concezione riduttiva se non fuorviante della storia come mera ricostruzione o illusoria lezione del passato.
Ben diversa è invece la prospettiva della storia della geografia e della geopolitica, storia «interna» dell’oggetto e del metodo, ma anche storia «esterna» dello scopo perseguito: scoperta, conquista, propaganda, guerra, rivoluzione. Nei quaderni dagli Oflag l’ottica è solo interna, da cui discendono giudizi superficiali: «la scuola geopolitica di Monaco deriva in blocco dal pensiero di Ratzel»13, «Raum» equivale a «environment» dei geografi americani14. Sintomatico, in una teoria della geostoria zeppa di referenti e di excursus, non aver pensato al «Geographical Pivot of History» di sir Halford Mackinder, non troppo criptico apologo sull’imminente proxy war giapponese contro la Russia poi accademicamente frainteso e compuntamente elevato a dies natalis della «geopolitics» occidentale15. Tanto meno Braudel  accenna alla mobilitazione dei geografi francesi16, americani17 e britannici18 per sostenere con argomenti ‘scientifici’ gli interessi nazionali alla Conferenza di Parigi, o alla partecipazione di Mackinder19, R. W. Seton Watson e Arnold J. Toynbee ai tentativi di ridisegnare i controversi confini degli stati successori dei defunti imperi multietnici.
Nella prospettiva di Braudel è irrilevante che la Geopolitik di Haushofer sia la nemesi di Mackinder e Bowman, perché in definitiva la geostoria appartiene alla sociologia e non alla storiografia. Ciò è invece centrale nella storia del pensiero geopolitico20, che a sua volta appartiene alla storia della politica e non alla storia della geografia. Studiare criticamente le origini di un sistema di idee e concetti, che si sviluppa in ‘scuole’ nazionali e si arroga lo statuto epistemologico di scienza avalutativa, autoreferenziale, anticipatrice e prescrittiva significa decodificarne il linguaggio e correlarla col suo particolare contesto storico. Che in pratica è quello determinato dalla questione d’Oriente, dal «great game», dalla prima globalizzazione, dalle guerre mondiali, dalla guerra fredda e dalla seconda globalizzazione giunta ormai pericolosamente alla fase ‘peloponnesiaca’ del conflitto tra egemone e sfidante. «Hearthland» o «Eurasia» indicano con opposta enfasi ideologica la posta in gioco permanente della collisione schmittiana tra Terra e Mare, iniziata nel 1763 (l’anno della supremazia globale britannica, del colpo di stato di Caterina II e dei prodromi dell’American Revolution21). E così vanno tradotti i concetti subordinati, come «Rimland» (controllo periferico dell’Eurasia da parte di Oceàna) e «Intermarium» (vuoto regionale di potenza nel settore euro-mediterraneo del Rimland, determinato dalla fine dei grandi imperi multinazionali, ossia dalla scomparsa del Kathékon schmittiano, poi rinato in forma sovietica e ora eurasiatica).          
Accanto alla storia critica del pensiero propriamente geopolitico c’è però quella, non meno necessaria, degli sviluppi indipendenti che questa prospettiva ha avuto nel lessico corrente, a cominciare dal concetto franco-italiano di «Terzo Mondo» (reazione o adattamento degli «imperialismi straccioni»22 alla privazione delle colonie) fino al recente «Caoslandia» coniato da Lucio Caracciolo, senza dimenticare l’inflazione mediatica dopo lo «sdoganamento» della parola e dell’aggettivo da parte del mainstream 23.
Storia e geopolitica si possono però connettere anche in altri due modi. Uno, possibile ma finora non praticato, è la «geopolitica della storia»: uno degli effetti benefici dell’ondata iconoclasta in atto in Europa e  egli Stati Uniti potrebbe essere di stimolare lo studio della «storia monumentale»24, dei luoghi della memoria, della geografia sacra ecc. Il terzo modo è la «storia geopolitica», analoga alla «geostoria» quanto a spazio e lunga durata, ma anche antitetica perché non mira alla struttura sociale profonda bensì alla «ricerca del dominio» (Quest for Dominance) sullo spazio. Celebre antesignana ne è stata nel 1976 la Grand Strategy of the Roman Empire di Edward Luttwak. Ma il vero pioniere è Jeremy Black, uno dei maggiori storici militari contemporanei e forse il più originale. Appassionato di geografia, nella sua sterminata produzione scientifica (finora circa 180 volumi in 35 anni) figurano sette libri e vari articoli di cartografia militare25 e due – il secondo (2015) evoluzione del primo (2009)26 – sul ruolo dei fattori geografici (spazio, posizione, distanza) nelle relazioni internazionali dell’età moderna e contemporanea. «Greatly excited by Braudel’s feel for place, a feel quasi hypnotic», Black rigetta tuttavia il «quasi-determinism of much of [his] conceptualization, argument, and phrases» e critica la dimensione più strutturalista che geografica della Méditerranée, l’incoerente correlazione tra struttura e potere («agency») e la tesi che la struttura sia «little touched by time (or events)»27.
La storiografia accademica diffida dell’impiego ante litteram di termini moderni come «strategia» (1773) o «geopolitica» (1899) per ‘traguardare’ questioni, percezioni e prassi di epoche precedenti o culturalmente estranee, perché attribuisce ad élite politiche del passato «a vision they never had and in language they would not have used»28. Ma non è quello il problema: senza anacronismi non vi sarebbe storiografia. Il rischio è solo che l’anacronismo obliteri quanto possiamo apprendere ricostruendo la genesi di un concetto e la sua diffusione (con slittamenti di significato), ovvero analizzando perché e quali assenze e/o ‘equivalenti’ possiamo trovare in altre epoche o culture29. Del resto la stessa «dottrina» geopolitica si è ampiamente retrodatata, annettendo nella galleria dei precursori le teorie del Sea Power, del Destino  Manifesto e dei sistemi regionali autocefali (Dottrina Monroe coi corollari Drago/Roosevelt; Ius Publicum Europaeum), ma pure le teorie della proiezione globale di potenza (Potere aereo, nucleare, spaziale, finanziario e cibernetico) che, volendo azzerare l’attrito dello spazio fisico hanno mosso gli Acheronti30 degli spazi sociali e immaginari.
Secondo Black, la «plasticity», «fluidity, indeed mobility» del termine geopolitica è un problema ma pure un’opportunità per traguardare i modi in cui la geografia – e soprattutto la sua percezione – condiziona e guida l’esercizio della «statecraft» e la formazione del consenso. Il libro si propone infatti di fare il punto sullo stato della «scholarship», allargare il contesto temporale e concettuale valutando varie nuove metodologie e discipline, pesare l’effettiva influenza dei teorici sui decisori e valutare le conseguenze di progetti e attuazioni incompleti o opportunisti, concludendo che «only incorporating all possible inputs can geopolitical thinking be a liberating force in the world order». L’approccio empirico della storiografia strategica inglese, di cui Black è uno dei grandi maestri contemporanei, è il più aderente alla natura della scienza politica e militare, che è essenzialmente «teoria della prassi», elaborazione materialista31 di esperienze. Così la «Geopolitics before the term» è ricavata dalla prassi delle frontiere e della cartografia, mentre l’origine della geopolitica contemporanea viene svincolata dai pedanti riferimenti scolastici a Ratzel, Kjellén e Haushofer, e retrodatata alla genesi dell’impero britannico (1500-1815), scelto come esempio moderno di costruzione globale dello spazio (peraltro di breve durata, 1763-1947, perché minata ab origine dalla secessione coloniale, che ha portato alla successione americana, già intuita nel 1916 da Keynes32). I due capitoli seguenti riguardano il rapporto tra geopolitica e imperialismo (che secondo Black culmina nel 1890-1932), il sesto il revanscismo nazista con la seconda guerra mondiale e gli ultimi tre la geopolitica della guerra fredda, del post-1990 (l’ascesa della Cina) e del futuro (il «revival» della geopolitica e le sue prospettive).                    
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Guilherme Ribeiro, «La genèse de la géohistoire chez Fernand Braudel: un chapitre de l’histoire de la pensée géographique», Annales de Géographie, n° 686, 2012, pp. 329-346.

Fernand Braudel, Storia misura del mondo, con prefazione di Paule Braudel, Bologna, Il Mulino, 1998 ; 2018 (trad it. di «Histoire mesure du monde», dans R. de Ayala et P. Braudel, dir., Les Ambitions de l’Histoire, Éditions du Fallois, Paris, 1997).    

F. Braudel, op. cit., pp. 58, 62, 64.

Ibidem, pp. 58-59 e 62.

Ibidem, pp. 86-87.

In the concluding chapter («Géohistoire et déterminisme») of his famous thesis written in captivity, Braudel underlines the difference between the two concepts: «Mais si nous sentons le besoin de forger un mot différent de ce mot allemand adopté par quelques Français, c’est qu’en parlant de géohistoire, nous entendons désigner autre chose que ce qu’implique la géopolitique, autre chose de plus historique à la fois et de plus large, qui ne soit pas simplement l’application , à la situation présente et future des états, d’une histoire spatiale schématisée et, le plus souvent, infléchie à l’avance dans un certain sense»(La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, Paris, Colins, 1949, p. 295). Cfr. Pierre Daix, Braudel, Paris, Flammarion, 1995, p. 233; Giuliana Gemelli, Fernand Braudel, Paris, Odile Jacob, 1995, p. 93; Ribeiro, op. cit., p. 337.

F. Braudel, Storia, cit., pp. 85, 86.

Ibidem, pp. 100, 113.

Ibidem, p. 66.

Ibidem, p. 64.

Cfr. Francesco Pitocco, «Storia e letteratura. ‘Danno’ e ‘utilità’ di un rapporto controverso», in Paolo Favilli (cur.), Il letterato e lo storico : la letteratura creativa come storia, Milano, FrancoAngeli, 2013, p. 58 (sulla distanza di Bloch e Febvre rispetto a Braudel).    

Ivo Mattozzi, «Chi ha paura della geostoria?», in Luciana Coltri, Daniela Dalola e Maria Teresa Rabitti (cur.), Geo-storie d’Italia: una alleanza possibile, Atti della Scuola estiva di Arcevia 2011, Associazione Clio 92, Cenacchi Editrice, Medicina, 2013; Mnamon, 2017. Michela Barbot, «E se Fernand Braudel avesse dialogato anche col diritto? Immaginando un destino più “istituzionale” per il pensiero braudeliano», in M. Cattini (ed.), Fernand Braudel, tre conferenze sul metodo. Trentacinque anni dopo: un seminario di riflessioni, special issue of “Cheiron. Materiali e strumenti di aggiornamento storiografico”, 60, 2013, pp. 193-207.

F. Braudel, Storia, cit., p. 75.

Ibidem, p. 87.

Mackinder, «The Geographical Pivot of History», The Geographical Journal, Vol. 23, No. 4, April 1904, N. 4, pp. 421-437. V. Yves Lacoste, «‘Le pivot géographique de l’histoire’: une lecture critique», Hérodote, 2012, 3 (n° 146-147), pp. 139-158.

Taline Ter Minassian, «Les géographes français et la délimitation des frontières balkaniques à la Conférence de la Paix en 1919», Revue d’histoire moderne et contemporaine, tome 44 N°2, Avril-juin 1997. pp. 252-286.

Cfr. Andrea Perrone, «Isaiah Bowman, l’Inquiry e la Vittoria Mutilata», in V. Ilari (cur.), Over There in Italy. L’Italia e l’intervento americano nella grande guerra, Quaderno Sism 2018, pp.  165-186. Luca Muscarà, «Geografi, etnicità e confini a Versailles», in Elena Dell’Agnese e Enrico Squarcina (cur.), Europa. Vecchi confini e nuove frontiere, Torino, UTET, 2005, pp. 189-220.

Eric Goldstein, «Historians Outside Academy: G. W. Prothero and the Experience of the Foreign Office Historical Section, 1917-20», Historical Research, Vol. 63, Issue 151, June 1990, pp. 195-211. Id., Winning the Peace: British Diplomatic Strategy, Peace Planning, and the Paris Peace Conference, 1916-1920, Oxford 1991. Zara Steiner, «The Historian and the Foreign Office», in Pamela Beschoff and Christopher Hill (Eds.), Two Worlds of International Relations: Academics, Practitioners and the Trade in Ideas, Routledge, New York, 1994, pp. 41-54. Tomás Irish, «Scholarly identities in war and peace: the Paris Peace Conference and the mobilization of intellect», Journal of Global History, Vol. 11, No. 3, 2016, pp. 365-386.

Simone Pelizza, «The Geopolitics of International Reconstruction: Halford Mackinder and Eastern Europe, 1919–20», The International History Review, 2015, 

Michel Korinman, Quand l’Allemagne pensait le monde. Grandeur et décadence d'une géopolitique, Paris, Fayard, 1990.  

Immaginando nel 1763 il lontano futuro dell’Europa (The Reign of George VI 1900-1925), il reverendo Samuel Madden ipotizzava un’invasione russa dell’Inghilterra. Nel 1763 fu pure stabilito il commercio diretto tra Boston e Kronstadt, che violava le regole britanniche e fu tra i prodromi della Ribellione delle Tredici Colonie. Sulla dimenticata cooperazione russo-americana contro il comune nemico britannico (1780-1945),  v. V. Ilari, «Our Northern Neighbour», Limes, febbraio 2016, pp. 145-152.

Cfr V. I. Lenin («Imperializm i sotsializm v Italii», in Polnoe, sobranie, sočinenij, M., 1969, vol. 27, p. 15) in polemica con Roberto Michels («L’imperialismo italiano», Milano, 1914).

Yves Lacoste, «Les vingt ans d’Hérodote», Hérodote, Vingt ans de Géopolitique, 1976-1996, mai 1996.

F. Nietzsche, Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben (Zweite Unzeitgemäße), 1874.

J. Black, Maps and Politics, University of Chicago Press, 1997; Maps and History. Constructing Images of the Past, New Haven and London, Yale U. P., 1998; Visions of the World: A History of Maps,Mitchell Beazley, 2003; Mapping Naval Warfare: A Visual History of Conflict at Sea, Osprey, Bloomsbury Publishing, 2017; Maps of War: Mapping Conflicts through Centuries, Conway, Bloomsbury, 2018; Mapping Shakespeare: An Exploration of Shakespeare’s worlds through maps, London, Conway, Bloomsbury Academic, 2018; World War 2 in 100 Maps, BL Books, 2020.

J. Black, Geopolitics, London, Social Affair Unit, 2009; Geopolitics and the Quest for Dominance, Bloomington, Indiana U. P., 2015. Recensioni: Spencer Mawby (The International History Review, 2016, pp.1088-89); Joe Devanni (Defence Studies, 16, 4, 2016, pp. 451-453); Luca Muscarà (Journal of Interdisciplinary History, vol. 47, No. 4, Spring 2017, pp. 537-538); Anthony D’Agostino (The American Historical Review, 122, 2, 2017, p. 483); David A. Anderson (Military Review, 2017). Recensione congiunta con Phil Kelly (Classical Geopolitics: A New Analytical Model, Stanford) e Jakub Grygiel & A. Wess Mitchell (The Unquiet Frontier, Princeton) online in Mackinder Forum (May 10, 2016, Bert Chapman).   

J. Black, «A Personal Note», in Clio’s Battles: Historiography in Practice, Bloomington, Indiana U. P., 2015, p. 263. Black cita Braudel pure in altri libri (es. Studying History, 1997/2017, pp. 68 ss; War in Europe: 1450 to the Present, 2017, p. 218), ma non in Geopolitics.

J. Black, Military Strategy: A Global History, , Introduction, p. 15, a proposito di John P. Le Donne, The Grand Strategy of the Russian Empire, 1650-1831 (New York, 2004), pp. vii-viii. 

Beatrice Heuser, Strategy Before Clausewitz: Linking Warfare and Statecraft, 1400-1830, Routledge, 2017.

«Flectere si nequeo Superos Acheronta movebo» (Verg., Aen., VII, 312).

Daniel Deudney, «Geopolitics as Theory: Historical Security Materialism», European Journal of International Relations, vol. 6, No. 1, 2000, pp. 77-107.

J. M. Keynes, «The Financial Dependence of the United Kingdom on the United States of America», 10 October 1916.

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