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Noi Scopriamo Talenti / We Discover Talents
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6/10/2026

Missione compiuta


by Generale

Sembrava  facile, tanto facile che prima ancora che la parte iniziale dello scontro fosse realmente terminata il Presidente degli Stati Uniti dell’epoca, Bush Junior, azzardò a bordo di una portaerei USA un “Mission accomplished”, alias “Missione compiuta “ destinato a suonare negli anni successivi come un terribile errore di valutazione o come una battuta di pessimo gusto .
In effetti la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, dichiarata ufficialmente per porre termine ad una disponibilità di armi di massa che poi i fatti dimostrarono inesistente, in quell’ormai lontano 2004 sembrava trionfalmente e rapidamente conclusa con la completa sconfitta dell’avversario .
Gli USA e la Gran Bretagna, gli unici due componenti di una coalizione alleata che non era riuscita a divenire più numerosa, potevano quindi marciare su Bagdad e raccogliere i frutti della vittoria.

Peccato però che gli Stati Uniti, un paese che possiede da parecchio tempo una forza militare in grado di vincere ogni conflitto in cui la situazione generale dei contendenti possa consentire una vittoria, sappiano come concludere una guerra con la totale debellatio degli avversari ma non siano poi  mai stati in condizione di gestire adeguatamente il passaggio dallo scontro alla pace, nonché la ricostruzione del paese che con i loro attacchi hanno provveduto almeno in parte a distruggere.
In Iraq in particolare essi si sono infatti presentati ed hanno agito da completi sprovveduti, decidendo come primo provvedimento di cancellare tutta la struttura burocratica, statale e locale, che aveva servito Saddam Hussein.

Si trattò di un errore tragico, considerato come l’Iraq non disponesse di una altra classe dirigente amministrativa che potesse prendere il posto di quella epurata; il gesto quindi riuscì soltanto a far piombare il paese nel caos più completo con tutte le conseguenze tragiche che ne seguirono, vale a dire una sanguinosa anarchia cui solo nel 2011 l’intelligenza del Generale Petreus ed i 170 mila soldati USA del “surge” riuscirono a frenare.
Il successo fu comunque solo temporaneo e parziale ed il fuoco continuò a covare sotto la cenere, considerato come dal 2014 in poi la vicenda del Califfato abbia tragicamente riaperto un capitolo che solo ora, con la partenza degli ultimi GI dall’Iraq avvenuta alla fine di settembre, si può - molto speranzosamente !!!- considerare chiusa.

L’Iraq in ogni caso in questi 20 anni circa ha patito tutto quello che poteva patire ; merito di una situazione resa ancora più grave dal fatto che gli USA, allorché devono scegliere nuovi governanti per un paese debellato, non prendono come riferimento la situazione ed i protagonisti del momento ma impongono con durezza vecchi oppositori locali del regime, rifugiati magari da decenni negli Stati Uniti, che dovrebbero a loro avviso essere capaci di prendere con immediatezza le redini del risanamento del paese ma che a conti fatti, come avvenuto anche in Iraq, finiscono col contribuire notevolmente alla sua destabilizzazione .

Nulla di nuovo sotto il sole, in ogni caso, considerato come questo modo d’agire fosse stato inizialmente applicato anche all’Italia dopo gli sbarchi americani in Sicilia nel ‘ 43. All’epoca noi ci salvammo perché, dopo un primo tentativo culminato nel divieto di rivestire incarichi pubblici valido per tutti coloro che avevano fatto parte del Partito Nazionale Fascista (senza considerare come la tessera del PNF equivalesse allora, se volevi lavorare, alla “tessera del pane “), qualcuno intervenne ad un livello sufficientemente influente da far cambiare idea al Generale Clark, comandante americano nella penisola ed il provvedimento venne revocato.

Malgrado la pessima esperienza dell’Iraq, in ogni caso, il modo di pensare e di agire degli USA non sembra essere affatto cambiato.

Nelle fasi iniziali del recente contrasto USA ed Iran, allorché le dimostrazioni di piazza nel paese degli ayatollah potevano far pensare ad un crollo del regime provocato dal dissenso interno, tutto ciò che gli USA hanno saputo offrire come soluzione sostitutiva è stato un ricorso al figlio dell’ultimo sciah, Ciro Rehza Palhavi.
Una persona quanto mai rispettabile, ma che vive negli Stati Uniti da quando era bambino e quindi del tutto avulso da quella che è la realtà attuale del paese, in cui -tra l’altro- la sua dinastia è ricordata soprattutto per gli orrori della SAVAK, la polizia segreta cui suo padre aveva lasciato mano libera nel riguardo di ogni tipo di oppositore e di opposizione.
Il risultato finale è stato quindi anche qui del tutto negativo, salvo per il regime degli ayatollah che la specifica iniziativa ha finito col rafforzare.

Sembra dunque quindi qualcosa scritta a lettere indelebili nel libro del destino il fatto che gli americani, spesso animati da buone intenzioni (questo almeno bisogna riconoscerglielo!), riescano invece, ovunque essi vadano ed intervengano, a creare livelli di caos ben superiori a quelli cui avevano deciso di porre rimedio, al punto tale da doversi spesso incamminare sulla via del ritorno ben più odiati di quanto essi non fossero quando erano arrivati.

Da chiedersi se non ci sia modo di aiutarli a trarsi da questo pasticcio.

Un libro di Graham Green, “Il tranquillo americano“, centrato però su un singolo individuo, e non su un intero paese, sembra comunque sottolineare la totale assenza di ogni possibile via di uscita.USA hanno saputo offrire come soluzione sostitutiva è stato un ricorso al figlio dell’ultimo sciah, Ciro Rehza Palhavi. Una persona quanto mai rispettabile, ma che vive negli Stati Uniti da quando era bambino e quindi del tutto avulso da quella che è la realtà attuale del paese, in cui -tra l’altro- la sua dinastia è ricordata soprattutto per gli orrori della SAVAK, la polizia segreta cui suo padre aveva lasciato mano libera nel riguardo di ogni tipo di oppositore e di opposizione.

Il risultato finale è stato quindi anche qui del tutto negativo, salvo per il regime degli ayatollah che la specifica iniziativa ha finito col rafforzare.

Sembra dunque quindi qualcosa scritta a lettere indelebili nel libro del destino il fatto che gli americani, spesso animati da buone intenzioni (questo almeno bisogna riconoscerglielo!), riescano invece, ovunque essi vadano ed intervengano, a creare livelli di caos ben superiori a quelli cui avevano deciso di porre rimedio, al punto tale da doversi spesso incamminare sulla via del ritorno ben più odiati di quanto essi non fossero quando erano arrivati.

Da chiedersi se non ci sia modo di aiutarli a trarsi da questo pasticcio.

Un libro di Graham Green, “Il tranquillo americano“, centrato però su un singolo individuo, e non su un intero paese, sembra comunque sottolineare la totale assenza di ogni possibile via di uscita.