Il primo round negoziale diretto tra America ed Iran in Pakistan non ha prodotto una convergenza pacificante, ma il negoziato stesso continua con formula riservata. Il punto è che l’America ha recuperato l’immagine di potenza disponibile a trattare, pur in realtà non volendo rinunciare ad una resa di fatto incondizionata da parte del regime iraniano. Mentre Teheran si è messa in una postura contraria al diritto internazionale di navigazione non rinunciando apertamente al potere di imporre gabelle e minacciare chi non le paga e chi non è gradito al naviglio in transito nello stretto di Hormuz. Trappola al regime di Teheran da parte di Washington? Sembra esserlo – finalmente con una posizione di intelligenza diplomatica finora non usata da Trump - perché ora l’America può invocare il rispetto del diritto internazionale di navigazione, ed una eventuale risoluzione dell’Onu, togliendo agli alleati il motivo formale per loro non ingaggio nel presidio della sicurezza dei transiti navali. Non si tratta più di partecipare ad una azione armata contro l’Iran, ma di tutelare la libertà di navigazione stabilita dall’Onu. In attesa di sviluppi, mi sembra che Washington stia tentando una ricomposizione con gli alleati, in particolare le circa 40 nazioni che nel recente summit di Londra avevano dato disponibilità per un presidio di sicurezza di Hormuz, ma non alla loro partecipazione all’offensiva israelo-statunitense contro l’Iran. Ripeto: finalmente una mossa intelligente da parte degli Stati Uniti. C’è già un piano del come? Solo una bozza in discussione con alcuni punti in via di precisazione. Ma cresce la probabilità di una coalizione di sicurezza internazionale che scorti le navi a Hormuz. Poiché c’è il rischio che il corridoio di sicurezza sia minato, Washington ha iniziato un’azione dimostrativa di sminamento, con due cacciatorpedinieri, per segnalare – ipotizzo – che l’America manterrà un ombrello generale di sicurezza per le navi di scorta della coalizione che si ingaggino nella missione allo scopo di ridurre la valutazione del rischio per le nazioni che le invieranno. Su questo aspetto l’attenzione va immediatamente all’Italia che ha una capacità di naviglio specializzato per gli sminamenti. Vedremo. Ma ciò che ora è già visibile è una posizione di parziale riconvergenza di Londra con Washington, seguita da una manciata di altre nazioni, ma rilevanti per loro capacità navale militare. Ciò giustifica l’attesa, anche se ancora non probabilizzabile, di uno sblocco di Hormuz entro tempi che, pur non brevi, permetterebbero di gestire l’impatto di una crisi energetica quasi globale con conseguenze economiche depressive. Alcuni analisti sottolineano il vantaggio dell’America – in base a dati correnti – nel mercato del petrolio, raffinazione e gas che potrebbe indurre Trump ad allungare la crisi di Hormuz. Non posso escluderlo, ma penso che la Casa bianca stia valutando i danni geopolitici di una tale scelta. La Cina? Si sta muovendo come potere rassicurante e silenzioso mostrando anche una convergenza intrabellica apparente con l’America. Ma il ritorno dell’America ad una postura strategico – diplomatica più furba fa ipotizzare che Washington non lascerà vantaggi G2 a Pechino. Saranno necessari aggiornamenti per uno scenario ad alta volatilità, ma ci sono elementi favorevoli per una scommessa ottimista.