Punti critici dello scenario relativo al conflitto nel Golfo. Primo, estendibilità: Cina e Russia non mostrano la volontà di ingaggiarsi per la difesa del regime iraniano. Pechino ha valutato che non le conviene un atteggiamento bellicista. Tale calcolo è razionale anche considerando che la Cina non è ancora pronta sul piano militare a sfidare l’America, pur attuando un riarmo accelerato, e nella sua strategia gli obiettivi di primato mondiale per secondarizzare l’America hanno tempi lunghi. La Russia ha limiti di capacità e probabilmente un dialogo continuo riservato con Washington per chiudere la questione ucraina. Pertanto i timori di una estensione globale di questo conflitto non sono sostenuti dalle evidenze correnti. Secondo, strategia dell’Iran: il regime teocratico si era preparato da tempo al conflitto ed alle uccisioni dei vertici nominando per ogni ruolo apicale almeno quattro opzioni e configurando le milizie in circa 30 distretti per massimizzare il controllo interno. Tale strategia confida sul fatto che l’America non produrrà un’offensiva terrestre e che quindi il regime potrà resistere pur amputato delle sue capacità offensive esterne. Pertanto l’obiettivo di cambio di regime o di suo condizionamento difficilmente potrà avere tempi brevi. Ciò definisce il terzo punto critico, economico e finanziario: i tempi di blocco dello stretto di Hormuz. Due o tre settimane di stop sono gestibili perché poi, se c’è uno sblocco, i mercati rimbalzerebbero e il rischio di inflazione rientrerebbe. Ma se l’interruzione dei flussi energetici continuasse tali rischi aumenterebbero con certo potenziale di destabilizzazione dei mercati. Il riduttore di tale rischio è una accelerazione delle azioni di eliminazione delle capacità autoconservative del regime con la conseguenza di generare divisioni nel regime stesso per favorire l’emergere una nuova struttura di comando, incrinatura già visibile, per esempio, nelle divergenze tra istituzione presidenziale iraniana e milizie. La probabilità è crescente per un cambiamento di regime dovuto ad un consenso popolare maggioritario contro il regime teocratico, forse sostenuto da una parte dalle Forze Armate istituzionali compresse dalla dominanza delle milizie del regime teocratico. Tuttavia, questo scenario rende elevato il rischio di un blocco più lungo di qualche settimana dello stretto di Hormuz con impatto economico nel ciclo del petrolio e dintorni, aumentando l’inflazione. In parte, tale effetto può essere contenuto in America ed Europa da misure calmieranti antispeculative, varietà delle fonti di fornitura, ecc. Ma se l’operazione militare nel Golfo durasse 2 o 3 mesi comunque vi sarebbe un impatto recessivo ed una politica monetaria non espansiva nonché incertezza finanziaria, pur a livello medio e non catastrofico. Se i tempi si allungassero l’impatto economico e finanziario correlato diventerebbe peggiore. Da un lato, sul piano geopolitico l’area bellica è regionale/locale e non globale. Ma dall’altro, le conseguenze negative sul piano economico e finanziario diventerebbero globali se i tempi di soluzione di questo conflitto localizzato diventassero lunghi. Pertanto la stabilità economica e finanziaria globale richiede l’accelerazione della sconfitta del regime iraniano e sua sostituzione o almeno condizionamento.